
Secondo i dati, l'economia lucana è in ripresa; eppure è in crisi.
Abbiamo parlato della necessità di rilancio del territorio con due esperti.
Il paradosso dell’economia
lucana è questo: secondo i freddi dati statistici è in ripresa, però
la circostanza potrebbe essere vista come il segnale di una sconfitta.
Perché c’è ripresa e ripresa. I dati
sono questi: in Basilicata l’economia negli ultimi anni è cresciuta in
percentuale più che nel resto d’Italia. Ma bisogna valutare anche da dove si
partiva: infatti resta ancora forte la distanza dalla media italiana sul fronte
del valore aggiunto per impresa, e i livelli di
disoccupazione sono più alti della media nazionale, secondo l’ultimo
report di Banca d’Italia.
I numeri dell’economia lucana
Vediamo qualche dettaglio. Nel 2018
il manifatturiero ha ripreso a crescere, grazie all’export
dell’automotive (l’industria che produce veicoli). Tira anche l’estrazione
di petrolio, tornata su livelli molti simili a quelli precedenti le
inchieste giudiziarie del 2016, che hanno riguardato gli impianti in Val
d’Agri: da lì arriva il 10% del fabbisogno nazionale, visto che è il giacimento
su terraferma più grande d’Europa.
A trainare la crescita è soprattutto l’export,
quasi quadruplicato, passando da 1,1 miliardi del 2014 a 3,9 miliardi del 2017,
con un aumento del 24,1%. Nel 2018 l’80% delle vendite all’estero è stato
determinato dal settore delle auto: grazie alla ristrutturazione
dello stabilimento Fca, terminata nel 2014 con un investimento di 1
miliardo di euro, lo stabilimento di Melfi (al confine con Puglia
e Campania) oggi produce Fiat 500X e Jeep Renegade, destinate all’esportazione
in oltre cento Paesi; la fabbrica, attiva dal 1994, fa lavorare quasi 12.000
persone, lucane e pugliesi (8.000 nella fabbrica FCA Plant e 3.300 tra indotto,
logistica e servizi), con una produzione teorica annua di 400.000 vetture. Meno
bene l’oro nero: le continue fermate e riprese dell’attività estrattiva
nel giacimento Eni in Val d’Agri, tra 2016 e 2017, dovute pure alle vicende
giudiziarie legate all’inquinamento dell’area, sono costate molto care. Però la
ripresa ora c’è: l’export di petrolio della Basilicata è cresciuto nei primi
nove mesi del 2018 del 50%, toccando quota 222 milioni di euro (più del doppio
rispetto allo stesso periodo del 2016).
Il turismo e le
attività collegate vanno meglio, sebbene sia concentrato per il 70% su Matera(ultimamente
anche grazie al titolo 2019 di Capitale Europea della Cultura) dove va ormai
più della metà dei turisti che arrivano in Lucania. Il valore aggiunto
del settore agricolo, che rappresenta circa il 5% del totale
regionale (ci sono 600.000 ettari di superficie agraria utile, di cui 100.000
coltivati in modo “biologico”), è invece in calo: tra 2017 e 2016,
per esempio, è sceso del 3,8%, colpendo tutte le principali colture regionali.
Le più estese sono quelle del frumento, seguito da altri cereali che in buona
parte costituiscono materia prima per l’industria alimentare lucana (avena,
orzo, mais) e dalle patate; diffusi sono la vite (soprattutto uva da vino),
l’olivo, nelle aree collinari, e gli agrumi, nelle piane ioniche. Nelle zone
interne del Materano è sviluppata la coltura di cereali. Sulle colline a
ridosso del Metapontino c’è una fiorente coltivazione di vigneti, mentre nella
piana va molto la produzione di frutta: susine, pesche, pere, kiwi, fragole e
agrumi.
Una regione che non pensa al futuro. Il
parere di Ettore Bove e Giuseppe Las Casas
Una domanda sorge spontanea: le estrazioni
petrolifere concentrate in Val d’Agri, a Sud, e la produzione
di auto concentrata nella piana di Melfi, a Nord, possono trainare la
Basilicata fuori dall’isolamento nazionale e sottrarla,
soprattutto, all’emigrazione costante, con una media di 3.000 persone
che se ne vanno ogni anno?
Ettore Bove, professore di Economia
e Politica agroalimentare all’Università della Basilicata, lucano doc,
da molti anni si dà da fare – con i suoi allievi – per riscoprire le tradizioni
gastronomiche e rurali, usandole per rilanciare l’economia locale. “La
Lucania è spaccata in due”, dice a Senza Filtro. “Da un lato
c’è la polpa, nelle zone industrializzate e in quelle costiere; dall’altro, in
questa regione per lo più montana, c’è l’osso. Si tratta di una situazione
destinata a esasperarsi. E il turismo è un possibile antidoto contro
l’abbandono di tanti paesi”.
Che cosa occorre fare concretamente?
Occorre scovare le grandi risorse del territorio, per poi lanciare un
turismo basato – tutto l’anno – su ambiente, cultura, arte, tradizioni,
gastronomia.
Detto così sembra facile.
Definisco la Basilicata una terra incognita, e non da oggi. È sempre stata
fuori dai flussi tra Nord e Sud: quelli verso la Sicilia hanno sempre seguito
la costa tirrenica, quelli verso Oriente la costa adriatica. Dobbiamo
riscoprirci per poi svelarci, puntando sulle risorse locali. Se non si farà
nulla l’alternativa resterà solo l’emigrazione.
Ci sono già esempi di rilancio?
Sì. Basti pensare a Castelmezzano, nell’area delle splendide Dolomiti
lucane, che sta riuscendo a valorizzarsi sul fronte naturalistico, gastronomico
e culturale; o a Guardia Perticara. Sono esempi da sviluppare e diffondere.
Il petrolio non basta?
È un settore che crea pochi posti di
lavoro (nel raggio di 20 km dai pozzi l’effetto positivo già scompare) e molto
inquinamento. La Basilicata, per esempio, ha un’altra ricchezza: tantissima
acqua, con cui dissetiamo noi e pure le regioni vicine; ma la falda rischia di
essere fortemente inquinata. Nessuno ovviamente può dire che bisogna rinunciare
alle risorse del petrolio, preferibilmente gestite bene, nel rispetto
dell’ambiente e della salute. Oggi la regione ricava molto dalle royalty (i
compensi commisurati agli utili derivanti dall’estrazione di petrolio, N.d.R.).
Però, a parte il fatto che prende le royalty più basse del mondo, dovrebbe
anche saperle usare. Cosa che non succede.
Le istituzioni locali non si occupano di
questi problemi?
Bisognerebbe disegnare una mappa turistica con i relativi investimenti,
evitando di pensare soltanto al feudo elettorale del politico di turno. Non
basta neppure Matera Capitale Europea della Cultura per dodici mesi, e poi
tanti saluti; serve una forma organizzativa integrata dei valori materiali e di
quelli immateriali.
Passiamo a Giuseppe Las Casas,
professore di Tecnica e pianificazione urbanisticaall’Università
della Basilicata, siciliano trapiantato a Potenza da anni, che non è più tenero
del suo collega. “Non si può che definire catastrofico l’abbandono dei
territori. Tanto più che i paesi dovrebbero essere considerati le sue
sentinelle, a cominciare dal dissesto idrogeologico. Lo sono stati”.
E adesso?
Non più. Nessuno si preoccupa di quello che accadrà nel giro di pochi anni.
Neppure i politici lucani, di ogni colore, e le istituzioni che governano.
Perché?
Perché la Basilicata è disgregata. La parola integrazione non ha
cittadinanza. Si perde il senso di una programmazione integrata, sia a livello
politico sia a livello gestionale. È anche una regione deresponsabilizzata: non
c’è nessun obiettivo serio, solo una pletora di piccoli obiettivi. Quindi è una
realtà fragile.
L’economia che spera nel petrolio della
Val d’Agri e nelle auto di Melfi non ha futuro?
È tutta roba piovuta dal cielo. Un’economia seria dovrebbe essere legata –
soprattutto in una regione come la Lucania – alla tutela dell’ambiente, in modo
da avere un ritorno a lungo termine.
Invece?
Qualcuno si sta chiedendo che cosa sia rimasto integro. La nostra acqua è
tutelata? Il caso della Val d’Agri, del suo petrolio e dei suoi disastri, in
parte finiti in inchieste giudiziarie, dimostrano il contrario. E il consumo
del suolo? Qualcuno sa che cosa sta provocando l’abusivismo delle seconde,
terze, quarte case, esploso dopo il terremoto? Non c’è stata una presa di
coscienza in nessun campo. L’ultimo piano territoriale lucano risale agli anni
Sessanta, varato dal Comitato regionale per la programmazione economica (CRPE).
Ebbene, si continua a fare riferimento a quello come se non fosse passato mezzo
secolo. Insomma, non si è voluto decidere nulla sul futuro di questa regione.
Intanto incombe il rischio dello spopolamento.
Già ora i lucani residenti all’estero sono 128.000, cioè il 22,6% della
popolazione che vive ancora nella sua terra: 567.000 persone. Tantissimi altri
sono in giro per l’Italia. Marsico Nuovo conta 3.102 emigranti e 4.000
residenti; a San Fele sono di più i residenti all’estero (3.020) rispetto a
coloro che vivono ancora lì (2.934). Tra i tremila cittadini che se ne vanno
ogni anno ci sono anche tantissimi laureati, perché il lavoro manca.
Secondo il rapporto Svimez del 2017, nel 2065 in Lucania si scenderà a meno di
400.000 abitanti, e 27 comuni (su 131) con meno di mille residenti potrebbero
rimanere completamente disabitati nel giro di pochi anni.
Certo, una Basilicata senza
lucani potrebbe risolvere un sacco dei problemi gestionali. Ma forse
la sua eutanasia non è una soluzione degna di questo nome.
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